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L’Università di Catania chiede 24 milioni di euro alla Università Kore.  

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koreAmmonterebbe a quasi 24 milioni di euro la cifra richiesta dall’università di Catania alla Università Kore di Enna negli anni in cui il Consorzio ennese universitario (Ceu) prima e poi Università Kore, usufruirono di servizi ottenuti in virtù di un accordo di collaborazione sottoscritto con l’ateneo etneo. Sei-sette anni, secondo quanto appreso, durante i quali Catania fornì a Enna fino l’80% dei servizi didattici (docenti compresi) per lo svolgimento dei suoi corsi. Somme che sarebbero però rimaste inevase, così che per definire la questione e nel rispetto di quanto previsto dal contratto stipulato a suo tempo tra le parti, si ricorse a un lodo arbitrale. Tre i giudici previsti: uno per parte più un terzo con la funzione di presidente del collegio, scelto e nominato dall’Avvocatura dello Stato. Decisione finale fu il pagamento a titolo risarcitorio di centomila euro. Un’inezia per Catania, tanto che poco tempo dopo alla Procura etnea fu presentato sulla vicenda un esposto-denuncia anonimo. Era il 2008 e due anni prima del lodo, in pieno “scontro”, Catania decise di interrompere l’assistenza alla Kore che per questo decise a sua volta di denunciare alla Procura ennese l’ateneo ipotizzando l’interruzione di pubblico servizio (l’indagine fu poi archiviata).

Nella denuncia susseguente al lodo l’anonimo estensore avrebbe tra l’altro rimarcato l’incongruenza del provvedimento adottato e segnalato la posizione di quel giudice terzo che sarebbe stata “macchiata” da interessi privati per via di una sua parente (una figlia) alle dipendenze della Kore. Le indagini della Digos avrebbero confermato l’esistenza del legame e il ruolo che la docente avrebbe svolto attraverso vari incarichi come docente.

Nel 2015, svariati anni dopo quell’esposto, dalla Procura la richiesta al gip di Catania di chiusura dell’indagine con la richiesta di archiviazione. Una richiesta disattesa però dal presidente dei gip Nunzio Sarpietro che preferì vederci ancora più chiaro rimandando gli atti al pm, a cui chiese di iscrivere nel registro degli indagati l’avvocato giudice terzo, effettuando un supplemento d’indagine. Un paio di giorni fa il gip ha adottato un nuovo provvedimento con la vicenda che adesso ha anche nomi e cognomi.

Nella nuova richiesta del giudice alla Procura, oltre a prolungare di una trentina di giorni gli accertamenti, si chiede che il pubblico ministero formuli i capi d’imputazione individuati, abuso e corruzione, nei confronti dei soggetti identificati e indicati quali possibili autori di reato. Si tratta del presidente del collegio del lodo arbitrale, avvocato Giuseppe Di Gesu, nominato all’epoca dei fatti dall’Avvocatura dello Stato, del componente scelto da Enna quale suo rappresentate nel collegio stesso, professore Carlo Pitruzzella e dell’avvocato palermitano Carlo Comandè, anche lui in quota a Enna.

Le eventuali ipotesi di reato ipotizzate dal gip riguardano anche l’allora presidente del Consorzio ennese universitario, Vladimiro Crisafulli. Esclusi invece i rappresentanti dell’università di Catania, il professore Giuseppe Barone, terzo membro del lodo, e il docente di Diritto costituzionale avvocato Agatino Cariola. Barone infatti, dopo la decisione del collegio che sanciva il pagamento di Enna a Catania dei centomila euro, avrebbe posto una serie di precisazioni, tirandosi in qualche modo fuori dalla scelta.

Al termine del periodo concesso al pm e restituito il fascicolo al gip, il giudice potrà adottare tre soluzioni: archiviare il procedimento, prolungarne ancora le indagini o disporre l’imputazione coatta nei confronti dei soggetti ritenuti responsabili.

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