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Chi salverà la cara e bella Sicilia dal suo persistente degrado?

Riceviamo e pubblichiamo:
Come se per il suo manifesto degrado non bastasse l’essere sommersa dai rifiuti e attraversata da strade piene di buche e ferrovie fatiscenti, con la recente riapprovazione della legge sui Liberi Consorzi, che presenta un vizio di incostituzionalità per aver previsto la non corrispondenza del sindaco metropolitano con il sindaco capoluogo, la Sicilia non fa che ritardare ulteriormente il contributo promesso dallo Stato di 500 milioni di euro resosi necessario per ripianare il deficit del suo bilancio, con lo spiacevole risultato di provocare nei prossimi mesi il caos amministrativo e la rivolta del personale precario e di quello tempo indeterminato a rischio di licenziamento delle ex Province, dei Consorzi di Bonifica, dei Comuni e degli Enti regionali.
La Sicilia non merita questa condizione d’impasse governativo, di continuo braccio di ferro e vassallaggio verso il governo centrale che si prolunga da decenni a danno dei siciliani onesti e laboriosi, a causa dell’incapacità dei suoi governanti a saper gestire con la perizia e l’accortezza di un buon padre di famiglia le ingenti risorse che madre natura, generosamente, e millenni di dominazioni straniere, a prezzo anche di lotte cruente e sofferta miseria della popolazione sottomessa, le hanno elargito da quando è diventata il luogo più frequentato e ricercato di popoli e nazioni bellicosi in cerca di terre più ospitali e belle.
L’alibi protrattosi a lungo di dare la colpa dell’attuale disastro amministrativo, economico, sociale e morale ai governi centrali, alla mafia, al sottosviluppo endemico, alla mancanza di senso dello Stato dei siciliani come risposta alla presenza di stranieri predatori e poco illuminati, è ormai un film già visto, di dominio pubblico conosciuto e risaputo anche dai bambini dell’asilo infantile, che non serve a niente e a nessuno rammentare, merita una sonora pernacchia e una ben giustificata accusa di falso in atto pubblico per millantato discredito nei confronti di chi ha già scontato la sua pena per queste colpe e i danni conseguenti commessi nel recente e ormai lontano passato.
Prima che la Sicilia vada in fallimento o magari il risveglio improvviso e rabbioso dell’Etna bruci tutto e distolga quando ormai è troppo tardi i siciliani dall’antico loro torpore, occorre, invece, un cambiamento radicale del modo di gestire la cosa pubblica che favorisca il benessere collettivo e parimenti arresti il dilagante sistema corruttivo e l’intreccio perverso mafia-corruzione-politica che ha impedito e impedisce il suo sviluppo.
In aggiunta a questo nuovo e sempre attuale modo di governare il bene pubblico, senza perdere altro tempo prezioso, nella nostra “bellissima” e per troppe volte oltraggiata Sicilia, va realizzato il ponte di Messina che dopo secoli di isolamento, oltraggi e patimenti, la potrà unire al resto d’Italia e fin quando gli italiani dalle Alpi a Cariddi, da Bolzano a Palermo, non saranno un unico popolo e l’Italia una vera democrazia, va conservata gelosamente la sua autonomia e specialità statutaria per tutelare la sua millenaria gloriosa storia e il suo legittimo diritto alla sopravvivenza.
Invero, finché non si realizzerà questa struttura di collegamento con il resto d’Italia e non si avranno servizi statali efficienti, per realizzare il suo pieno sviluppo, la Sicilia ha estremo bisogno di amministratori attivi, onesti e coraggiosi che sappiano utilizzare al meglio le sue bellezze paesaggistiche e monumentali, le sue risorse naturali, l’intelligenza del suo popolo, che, quando è in casa, dimostra pigrizia e mancanza di senso dello Stato, mentre, quando è fuori, si distingue soprattutto per il suo genio e l’impegno per il progresso delle nazioni ospitanti.
Giuseppe Sammartino
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