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A proposito delle cassatelle di Agira: un viaggio nella memoria. di Salvatore Rocca

Agira, paese dell’anima:
bello come le amorevoli bugie dei miei ricordi,
come l’accorata dolcezza delle mie nostalgie,
come l’impotenza dolente dei miei rimpianti.
Buona sera.
Ho gradito davvero tanto l’invito che, per il tramite della mia e vostra amica Marina Taglialavore, l’Accademia Italiana della Cucina mi ha fatto per parlare della cassatella agirina in questa serata in cui si premia la famiglia Pagano-Maione, che proprio della cassatella ha fatto la ragione e il centro della propria attività lavorativa.
Oggi la cassatella di Agira, grazie alla laboriosità e alla lungimiranza di tanti piccoli imprenditori, ma soprattutto grazie alla sua riconosciuta bontà, ha conquistato un mercato molto difficile e prestigioso.
Purtroppo però è quasi impossibile ricostruirne una storia attendibile.
In tanti, soprattutto attraverso i social, ci hanno provato.
C’è chi, per esempio, ispirandosi alla sua forma a mezza luna, ci ha voluto leggere un riferimento alla dominazione araba.
E chi, invece, vorrebbe farla risalire a non meglio precisate tradizioni dolciarie spagnole.
Allo stato delle nostre conoscenze, però, le origini della cassatella possono essere ricercate a mio giudizio soltanto in quel suggestivo patrimonio di storia che non si ricostruisce consultando gli archivi, ma interrogando la memoria degli anziani.
Anticamente, quando i dolci erano e venivano considerati un lusso, le cassatelle erano il dolce tipico di Pasqua. Come i cannoli lo erano per carnevale e i buccellati per natale. Cu n’appa n’appa de cassateddi i Pasqua, diceva un antico proverbio.
Come dire che, salvo circostanze eccezionali, passata la pasqua, bisognava attendere un intero anno prima di poterne assaggiare qualcun’altra. Le circostanze speciali si riducevano quasi esclusivamente ai matrimoni o al ricevimento per il fidanzamento di una figlia.
E io, stasera, prendendo spunto dalle cassatelle, che di quelle feste erano le incontrastate regine, ho pensato di raccontarvi una cerimonia di fidanzamento tra due giovani contadini agirini dell’inizio del secolo scorso, sperando che la narrazione risulti lieve e piacevole, come si conviene in una gioiosa serata tra amici.
Comincio col dire innanzitutto che cento anni fa un giovane agirino che voleva farsi fidanzato doveva dedicare non poche serate ad un lungo corteggiamento, che iniziava di solito con snervanti appostamenti sotto la finestra o il balcone della ragazza prescelta.
Armato di grande pazienza passava ore e ore con gli occhi fissi a quella finestra, che egli sapeva bene che le prime sere non si sarebbe aperta.
Facci nun vista è disiata, si insegnava, infatti, alle ragazze da marito e le possibilità di istaurare un rapporto, anche solamente verbale, prima che il matrimonio venisse affermato, prima cioè che le rispettive famiglie dessero il loro consenso, erano veramente poche.
Le successive domeniche, poi, egli si recava a messa, a quella solenne delle undici, con la segreta speranza d’incontrare lo sguardo della ragazza e coglierne un seppur minimo segnale d’incoraggiamento.
In compagnia di un amico si metteva a passeggiare su e giù lungo le navate laterali della chiesa. Appena la scorgeva si piazzava in posizione strategica.
-Chi dici, ti para ca talìa, ah?- chiedeva allora con trepidazione all’amico.
-Allivoti si, ma nun sugnu sicuru- rispondeva egli titubante.
-E tu talìa miegghiu.
          Quando la ragazza con un cenno degli occhi lasciava finalmente intendere che ci stava, voleva dire che era arrivato il momento di coinvolgere le famiglie.
           Per non appesantire la narrazione, devo tralasciare stasera tanti passaggi di un cerimoniale davvero molto lungo e complesso.
           Dico soltanto che a quel punto il matrimonio si intendeva affermato, e si poteva quindi fissare la data del fidanzamento ufficiale, che ad Agira si chiamava u singu.
Da quel momento i due giovani potevano formalmente considerarsi ziti. E potevano cominciare a parlarsi dalla finestra.
U singu era una cerimonia corale, perché vi prendeva parte tutto il parentado.
Il ricevimento ppo singu si svolgeva nella casa della fidanzata e si basava esclusivamente su dolci preparati in casa.
Per diversi giorni, i parenti da zita si occupavano della loro preparazione, mentre la famiglia del fidanzato si occupava di acquistare l’oru do singu.
I dolci più importanti per il fidanzamento erano le cassatelle naturalmente e poi i ‘nfasciatieddi, i nocatuli e gli amaretti.
Quelli più agiati si affidavano alla competenza e alla maestria delle cosiddette cosiduciari, vere professioniste. Esse erano gelosissime delle loro ricette e non le cedevano né facilmente né volentieri.
Daniele Pagano, che stasera ritirerà il premio a nome della sua famiglia, vi potrà confermare che la sua nonna materna, la signora Marianna Puglia, dalla quale parte la storia della loro impresa, quando ancora bambina iniziò a frequentare la bottega di una di queste dolciere, sapeva che doveva stare con gli occhi bene aperti ed essere sempre pronta se voleva rubarle il mestiere, se voleva, cioè, memorizzare ricette e dosi, perché mai e poi mai lei gliele avrebbe rivelate di sua spontanea volontà.
Nell’acquisto dei regali da portare alla fidanzata la famiglia dello sposo si giocava la propria immagine e il proprio peso economico.
Questi regali, chiamati l’oru do singu, consistevano abitualmente in una parure formata da un anello, un bracciale, una collana e un paio di orecchini.
Si trattava di gioielli comprensibilmente dal valore assai modesto. Essi avevano comunque il compito di dimostrare alla famiglia della sposa che il fidanzato era in grado di assicurare alla loro figlia agiatezza e serenità economica.
La sera del ricevimento i fidanzati venivano fatti sedere al centro della stanza e accanto a loro i rispettivi genitori.
All’inizio della festa, dopo i primi cerimoniosi convenevoli,  di solito la futura suocera, in mezzo a cori sempre più lunghi di oh!!!, con sussiego e studiata lentezza, appinnia l’oru a zita, come si usava dire, la quale, rossa in viso comu na paparina, sorrideva emozionatissima.
I commenti d’ammirazione, soprattutto da parte dei parenti della fidanzata, si sprecavano.
A pararu comu a Sant’Aita, dicevano, per lasciare intendere che i regali erano stati graditi, che la famiglia dello sposo non si era risparmiata e aveva fatto tutte le cose per bene, com’era giusto.
Alcune volte, alla fine di quella prima coloratissima pantomima, la futura suocera, a sorpresa, tirava fuori un’altra catenina d’oro solitamente con una medaglietta della madonna, l’appendeva al collo della ragazza e col medesimo studiato sussiego di prima declamava, tra gli applausi e i soliti oh!!! delle comari, chista ta mietti mmeci quannu lavi i piatti…
Inutile dire che quel gesto era un’ulteriore studiata ostentazione di benessere.
Un buon trattenimento veniva giudicato dal numero e dall’abbondanza delle passate, dalla quantità e dalla varietà dei dolci, cioè, che alcuni giovanotti, naturalmente tra quelli più brillanti tra i parenti della fidanzata, già alticci di prima sera, facevano passare tra gli invitati, in un grande tabarè.
In mezzo a un gran vociare di bambini, vassoi stracolmi di cassateddi, ‘nfasciatieddi, nocatuli e amaretti, passavano davanti alle infinite mani tese degli invitati, seduti stretti stretti, uno accanto all’altro, nei sedili di fortuna che venivano ricavati appoggiando a due sedie collocate a una certa distanza una dall’altra le assi di legno dei letti, per l’occasione scunzati, disfatti cioè, sia per ovviare alla penuria di sedie, che per ricavare più spazio nella stanza.
Tra una passata e l’altra venivano offerti bicchierini di rosoliu, un liquore fatto in casa con alcool e zucchero, ai quali venivano aggiunti essenze e coloranti diversi, per lo più il rosso, il verde e uno incolore che tutti chiamavano bianco, qualcosa di molto simile al patriottico rosolio che don Calogero Sedara offrì al principe Salina nel Gattopardo.
Quelli che se lo potevano permettere chiamavano un’orchestrina, composta da musicanti raccogliticci, perdigiorno senza arte né parte, i quali, spesso dietro compenso soltanto di una buona bevuta, riuscivano a mettere insieme un repertorio di vecchie musiche da ballo.
Nel bel mezzo della serata si celebrava, consentitemi di definirlo così, una sorta di rito assai curioso.
Durante la passata delle cassatelle, il padrone di casa, il padre della fidanzata cioè, si alzava, si recava dalla consuocera, e la invitava ad assaggiare la sua cassatella dicendo Vossa muzzica, cummà!
La comare, non solo accettava l’invito, ma a sua volta offriva al compare la sua, dicendo Vossa muzzica, cumpà.
Subito dopo il padre dello sposo si alzava per ricambiare la gentilezza nei confronti dell’altra comare.
Perché quello della muzzicata della cassatella tra i contadini era un rito vero e proprio e ad esso non si poteva sfuggire, se non si voleva dare l’impressione di essere schizzinosi, cca nasca additta, con la puzza sotto il naso, come diremmo oggi.
Nulla poteva nuocere di più, infatti, ai buoni rapporti che con il matrimonio si istauravano tra le due parentele, che il mostrare di sentirsi superiori.
Quel rito era quasi un patto di sangue, che veniva a suggellare il nuovo rapporto di parentela che quella sera si stava creando.
E i ziti?
Beh, i ziti, seduti per la prima volta uno accanto all’altra, al centro di un’attenzione di cui volentieri avrebbero fatto a meno, rossi in viso, confusi e inebetiti, finalmente, per la prima volta, riuscivano a tenersi per mano.
E mentre il vocio, col passare del tempo e delle passate dei dolci, diventava concitazione e frastuono, essi timidamente cercavano di ascoltare le silenziose e segrete emozioni del cuore.
Emozioni forse lungamente coltivate. Certamente lungamente attese.
Emozioni che né quella sera, né mai forse, sarebbero riuscite a trasformarsi in parole.
Buona prosecuzione di serata.
Testo dell’ intervento  dell’ Ins. Salvatore Rocca  in occasione del Premio “Dino Villani” – Hotel Federico II – Enna Bassa 13 luglio 2021
ACCADEMIA ITALIANA della CUCINA
Fondata da Orio Vergani nel 1953
Delegazione di Enna
Premio “Dino Villani” 2020 – ed. XXXII alla
BOTTEGA DELLE CASSATELLE s.n.c.
per il “Prodotto artigianale eccellente Cassatelle di Agira”
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