Cultura

Conveno a Nissoria su “Lo sviluppo tradito, la Sicilia tra disagio sociale e nuove opportunità”

   Organizzata dall’Amministrazione Comunale del Sindaco Armando Glorioso, sabato 13 maggio appena trascorso, all’auditorium “Nino Buttafuoco di Nissoria, ha avuto luogo una riuscita conferenza sul tema “Lo sviluppo tradito, la Sicilia tra disagio sociale e nuove opportunità” svolta con dovizia di riferimenti storici e approfondita analisi politica, sociale ed economica dal poeta Carmelo Salamone, dal giornalista-scrittore Antonello Longo e dall’avvocato Giuseppe Arena, già deputato della Regione Sicilia e presidente dell’Associazione “Solo Sicilia”.

   Nel ringraziare i relatori e il pubblico, il sindaco Armando Glorioso ha introdotto l’argomento oggetto di dibattito con il dire che se la Sicilia non funziona, la colpa non è dovuta esclusivamente al presidente Crocetta e ai suoi predecessori, ma a tutti i Siciliani, che per carattere, forgiato sotto varie dominazioni, sono fatalisti, apatici ed inerti, dei “gattopardi” incapaci di cambiare le cose e se stessi.

   Il poeta Carlo Salamone, già insegnante di scuola presso le carceri di Catania, prima di dare inizio al suo intervento ha voluto ringraziare il sindaco Glorioso per aver permesso un incontro culturale finalizzato ad arricchire la nostra conoscenza, perché qualsiasi uomo, senza il sapere, brancola nel buio e si spegne lentamente come una pianta che non ha luce e nessun nutrimento. Nella sua articolata relazione storico-politica, Salamone ha fatto risalire l’origine dei mali della Sicilia ai governi postunitari, che, al pari del governatore romano Gaio Verre del primo secolo avanti Cristo, hanno saccheggiato i beni della Sicilia imponendo tasse odiose e politiche disastrose che hanno costretto le famiglie più povere ad emigrare.

   Una classe dirigente, oggi, a suo dire, sempre più lontana dai problemi della gente, assai famelica, che non ruba soltanto per sé, per pagare l’onorario agli avvocati e per corrompere i giudici come accadeva nell’antica Roma, ma per arricchire i propri familiari, le amanti e gli amici più cari. Una crisi politica, ideologica, istituzionale, economica, da far paura, perché mancano nelle istituzioni e nei nostri governanti quegli ideali per i quali i nostri padri diedero la vita. La corruzione si è diffusa, la delinquenza la fa da padrona per l’assenza sempre maggiore della famiglia, della scuola, della Chiesa, fino a pochi decenni fa pilastri fondamentali del nostro vivere civile, sano, ordinato. Un disagio sociale sempre più grave per mancanza di prospettive di lavoro per tutti, che costringe parecchia gente al suicidio, a rovistare nei cassetti della spazzatura per avere il cibo quotidiano.

   Per debellarlo Carlo Salamone suggerisce una palingenesi sociale consistente nel dire un no netto e forte al servilismo, al clientelismo, al nepotismo, nel votare uomini onesti e competenti che hanno programmi giusti per lo sviluppo della Sicilia e dell’Italia. Una rigenerazione possibile soltanto elevando il livello culturale del popolo che conosce i suoi diritti e compie fino in fondo i suoi doveri.

   Per Antonello Longo una lista delle cose mirabili della Sicilia sarebbe troppo lunga. Un fatto positivo è stato che i nostri genitori, per lo più contadini piegati dall’artrosi e dalla fatica, siano riusciti a farci studiare per assicurarci un avvenire migliore.

   Oggi, invece, con la scolarizzazione di massa, il cambiamento del costume e dello stile di vita, nemmeno i figli plurilaureati del ceto medio hanno prospettive di migliorare la loro vita. Ai giovani d’oggi manca la speranza del futuro. L’ascensore sociale, che ha permesso a tanti di noi di stare meglio, per loro si è arrestato.

   Il livello di disoccupazione giovanile è superiore a due cifre. Nel Meridione, in Sicilia soprattutto, supera il 50 per cento. Dopo la bolla speculativa americana del 2008, il prodotto interno lordo in Sicilia ha perso il 16% di ricchezza, molto di più di quello arrecato dalla seconda guerra mondiale. Un’economia debole come quella italiana stenta a riprendersi. Quella siciliana, che è un’economia di tipo coloniale a favore dei vincitori dell’ultima guerra, non ha speranza di rientrare in questa ripresa. La Sicilia poteva diventare uno snodo dello sviluppo, mentre è utilizzata per deposito di armi e installazioni di antenne di telecomunicazioni a scopo militare (vedi Trapani e Sigonella) con il rischio di essere distrutta in caso di una guerra atomica.

   La cultura, la storia, l’agricoltura, un museo naturale quali sono l’Etna, la Valle dei Templi, potevano essere il trampolino di lancio per lo sviluppo della Sicilia. Invece, per favorire le grandi compagnie petrolifere si sono costruite raffinerie di petrolio su coste e luoghi ricchi di storia. Megara-Iblea, l’antica colonia greca situata nei pressi di Augusta, si trova sepolta sotto gli stabilimenti di petrolio. Al centro della città di Milazzo c’è una raffineria di petrolio. Ad una scelta dall’alto con le raffinerie, c’è stata in Sicilia una scelta dal basso che ha portato alla cementificazione del 75 % delle sue coste. Le risorse in Sicilia non mancano, occorre un uso virtuoso. Il problema è che la loro gestione è in mano a degli incapaci, per colpa dei quali quasi il 50% della popolazione rischia la povertà perché vive sui precari e sui pensionati.

   Per sviluppare la Sicilia occorrono investimenti mirati al risanamento dell’ambiente e dei centri storici, la sanatoria di tutti i precari, un grande progetto di ammodernamento dell’agricoltura, un ciclo dei rifiuti basato sulla raccolta differenziata. Una classe dirigente dalla schiena diritta che abbia la forza di non farsi condizionare da interessi esterni e dalla mafia oggi più forte di prima perché inabissata. Una politica rinnovata, che, pur tra opposte posizioni, abbia una visione di sviluppo generale dell’Italia.

   Per l’avvocato Giuseppe Arena, vice-sindaco a Catania nella giunta di Umberto Scapagnini, la speranza si organizza. Malta, l’Inghilterra, creano posti di lavoro anche per gli italiani. Erdogan in Turchia costruisce tre ponti in pochi anni. Noi in sessant’anni non siamo riusciti a crearne nemmeno uno. Le più alte cariche dello Stato sono rappresentate da Siciliani che finora non hanno dato una mano per sviluppare la Sicilia.La classe dirigente siciliana è scarsa e per punirla è aumentato il partito del non voto e il Movimento delle Cinque Stelle. Se non cambiano le cose, siamo di fronte a una storia e una cronaca di una morte annunciata. A conclusione, sono intervenuti gli avvocati Pasqualino Pappalardo e Nunzio Buscemi, il poeta Nello Sciuto e la docente di lingue Mary Giò Scardullo.

Giuseppe Sammartino

 

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