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E’ errato giudicare gli altri dalle apparenze!

   Se per un solo attimo ci fermiamo a riflettere, ci rendiamo conto che la nostra vita è piena di tanti preconcetti che ci impediscono di comprendere quello che gli altri e noi stessi siamo realmente.

   Passati gli anni innocenti e magari felici della fanciullezza, i rapporti relazionali con gli altri tendono, infatti, a schematizzarsi, ovvero, siamo inclini a giudicare chi ci sta accanto secondo schemi mentali ben definiti, basandoci il più delle volte su quel che ne pensa la gente, molto spesso sulle apparenze oppure su quello che riusciamo a cogliere in ognuno di loro.

   Sennonché, il giudicare gli altri non per quello che sono nella realtà, ma per come ci appaiono o per quello che sentiamo dire o possiamo capire su di loro, è un modo errato di relazionarci con il prossimo, con il possibile rischio di pregiudicare per sempre il nostro rapporto con loro.

   Un comportamento costante, fatto di azioni ripetute nel tempo, determina inevitabilmente un giudizio che tende a sottolineare questa costanza, per cui se una persona di comporta socialmente in maniera corretta e leale, si dirà che rispetta le regole sociali ed è onesta.

   Su questo nulla da eccepire. L’errore, però, nasce, allorché la continuità della condotta viene considerata categoricamente come nota dominante della nostra o altrui personalità.

   In realtà, nel suo percorso di crescita l’individuo è caratterizzato da modificazioni psicologiche e comportamentali da non consentire in nessun caso catalogazioni definitive, schematizzate, che mirano a rinchiuderlo in una prigione di luoghi comuni e giudizi standardizzati, giacché in tantissimi casi il giudizio di catalogazione è frutto di una superficiale analisi dei comportamenti umani.

   Anche se giustificabile in quanto ci permette di orientarci nel groviglio inestricabile delle differenze individuali mediante alcuni parametri base di giudizio, tale valutazione presenta l’inconveniente di limitare la sfera di comprensibilità del comportamento umano, dandoci degli altri un’opinione parziale, per niente corrispondente a quello che sono effettivamente.

Il giudizio sugli altri non può e non deve mai essere definitivo, assiomatico, in quanto tra noi e gli altri esiste un limite d’incomunicabilità, un muro d’incomprensioni, che è molto difficile superare, pur disponendo di strumenti d’analisi della più moderna psicologia e scienza medica.

In verità, nella caratterizzazione dei tipi umani, entrano in giuoco, pur se interagenti, fattori diversi e la causa prima di tale inaccessibilità siamo spesso noi stessi, giacché col compiere determinate azioni, diamo di noi una ben distinta rappresentazione.

D’altra parte, non va sottaciuto che gli altri, sia per superficialità di giudizio, sia per limitatezza di appropriati strumenti d’analisi, sono portati a catalogarci e a valutarci per quello che sembriamo essere in quel dato momento, dando di noi un’immagine che spesso non corrisponde per nulla a quello che siamo realmente o che di noi volevamo esprimere.

Una volta che sugli altri o su noi stessi viene formulato o espresso un giudizio, diventiamo per gli altri, e gli altri diventano per noi stessi, un tipico personaggio umano, tra innumerevoli altri personaggi, con delle caratteristiche uniche, inconfondibili, che non è facile modificare.

Tale personaggio, che ci viene cucito addosso come fosse un vestito, diventerà il compagno della nostra vita, con cui, buono o cattivo, bello o brutto che sia, dobbiamo convivere per non suscitare scandalo o ulteriore incomprensione. Si diventa, cioè, pupi tra pupi, maschere tra maschere, in un teatro della vita in cui ognuno di noi è costretto a recitare una parte già ben stabilita, di cui non conosciamo l’autore e i veri personaggi perché ci sfuggono o non si identificano con noi.

Una commedia esistenziale, la nostra, piena di pregiudizi, di luoghi comuni, che trascurano e nascondono i contenuti reali, umani della nostra personalità. Viviamo in questo modo in una ripetitività di comportamenti, come immersi o presi da un sonno letale, con la paura di risvegliarci da una vita irreale, pena la nostra morte reale o la stessa stabilità mentale.

Al fine di comprendere fino in fondo la complessità della natura umana, bisogna, allora, porre termine a questo stato di superficiale giudizio del prossimo, opponendoci, con tutte le nostre forze, alla mentalità comune formalistica e ferma “al che ne pensa e vuole la gente”.

Solo così agendo e anche pensando, al termine della nostra esistenza, potremo dire d’aver vissuto da veri uomini e non da marionette incapaci di tenere le fila della vita.

Prof. Giuseppe Sammartino.

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